Le cose semplici rallegrano l’anima. Dopo tanti anni durante una passeggiata serale in un’estesa pineta Toscana, a pochi metri dalla spiaggia, ho visto improvvisamente accendersi e muoversi come in una danza tribale migliaia di lucine. Alle spalle il rumore della risacca e davanti lo spettacolo luminoso gratuitamente offerto da madre natura. Non faccio uso di stupefacenti e per un istante mi sono sentito come catturato in una favola dark. Ci mancava solo che dal buio sbucasse all’improvviso Robert Smith per cantare “A forest”. Da tanto tempo non vedevo così tante lucciole, meravigliose, uniche. Vivo nella provincia lombarda dove la lobby del cemento continua a consumare suolo, a distruggere il verde per costruire strade e appartamenti che non servono a nessuno. In questi posti le uniche lucciole sono le puttane sulle strade milanesi o quelle di rango più elevato del bunga bunga finite sui giornali e tv. Altra storia.
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mercoledì 15 giugno 2011
lunedì 7 marzo 2011
Una questione di foga
È spontaneo chiedersi quale caratteristica determinante abbia permesso alcune fulminanti carriere politiche al femminile. Da zero in Parlamento o in Consiglio regionale in 10 secondi, un salto sociale eccezionale da fare invidia perfino a wonder woman. Eppure dalle note biografie di alcune elette non emergono qualità ed esperienze particolari, anche se le foto sembrano estratte dal book di qualche modella. Esiste, comunque, un elemento decisivo, un comune denominatore tra le elette digiune di cultura politica, amministrativa e civica. Tutte, ma proprie tutte, hanno intrapreso con successo questo percorso con la foga. È stata la loro foga a fare la differenza, a catturare l'attenzione di chi nel partito di riferimento prepara le liste e decide chi fare eleggere (anche questo fondamentale diritto democratico è stato sottratto al popolo). Le future generazioni di ragazze se vorranno fare carriera in politica dovranno farsene una ragione e tirare fuori tutta la loro foga. Dovranno dire addio a timidezze, blocchi psicologici e valori. Altro che festa delle donne e parità dei sessi. Le italiane non sono costrette a portare il burqa, ma di fatto sono ancora schiacciate e umiliate sotto il velo pesante del maschilismo.
mercoledì 23 febbraio 2011
Quello strano desiderio
È triste svegliarsi ogni mattina con la consapevolezza che molti italiani stanno ancora dormendo e di conseguenza non si accorgono di nulla. Forse fingono oppure sono dei morti che camminano, degli zombie che invece di cibarsi di carne umana si nutrono delle cazzate sparate fuori dagli schermi piatti delle televisioni. Alla domanda "Come va?", rispondono sempre in coro "Tutto bene!", più per abitudine che per convinzione. Questa è la storia di una società che precipita, dove delle mamme sorridenti dichiarano ai giornalisti che manderebbero volentieri le figlie a fare bunga bunga ad Arcore, anzi sarebbe per loro un colpo di fortuna concedersi a un vecchio decadente ma facoltoso. Sulla stessa linea le loro ragazzine che senza imbarazzo davanti alle telecamere aggiungono che sarebbe cosa buona, bella e giusta. Non nascondono quello strano desiderio che hanno dentro: una botta e via per ottenere in una sola notte gli stessi soldi che guadagnerebbero in mesi di precariato in qualche call center. È la storia di una società che precipita, di una società corrotta e puttana, di uomini e donne senza gloria e senza Dio (qualunque esso sia). Non basta più protestare nelle piazze, anche se per fortuna da queste parti chi contesta non viene ancora bombardato.
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sabato 15 gennaio 2011
Il capotribù di Bunga Bunga
Le mafie non esistono. Chi sostiene il contrario è brutto, cattivo e non vuole bene al proprio villaggio. Così sentenziò Silbek, il vecchio capotribù di Bunga Bunga. Era un essere minuto, pelato e molto nervoso che, tra una preghiera e l'altra al dio della corruzione, si dedicava a interminabili rituali sessuali con piccole indigene. I sapienti gli fecero notare che erano in corso delle inchieste che avevano portato all'arresto di centinaia di mafiosi e alla scoperta di affari sporchi anche nel suo villaggio, come dimostravano le intercettazioni dei messaggi di fumo tra due noti boss. Il capotribù senza battere ciglio rispose con eleganza che le intercettazioni erano una grande cagata. Dopodiché ordinò ai fedeli guerrieri Lingualunga di uccidere i sapienti ma anche gli indigeni responsabili delle inchieste, ritenuti personaggi mentalmente deviati perché amavano tingere di rosso il proprio corpo con essenze naturali.
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