L’Italia è una Repubblica delle Banane fondata sulla stravaganza. Qualche esempio. Se un padre di famiglia ruba un pane per sfamare la famiglia viene all'istante linciato sulla pubblica piazza e poi sbattuto per sempre in galera.
Per farla franca bisogna commettere reati ben più gravi: un terribile omicidio o meglio una strage; guidare in stato di ebbrezza e travolgere dei bambini all'uscita della scuola; rubare, corrompere, imbrogliare o fare parte di una violenta e sanguinaria organizzazione criminale di stampo mafioso.
I più cattivi spesso vengono anche premiati con una splendida carriera in politica: una buona esperienza come ladro o mafioso aiuta tanto a diventare assessore alla Sicurezza e legalità; odiare le donne permette di conquistare la poltrona alle Pari opportunità; aver fatto fallire delle aziende solide apre di sicuro le porte all'assessorato al Bilancio.
In estrema sintesi: cose da pazzi! Come in una canzone dei Litifiba “sto cercando un paese innocente ma questa terra è già troppo malata e cado a testa in giù”.
L’italiano è mafioso dentro. Non è patrimonio esclusivo delle genti del Sud. Non bisogna per forza avere le mani insanguinate, nascere a Palermo o essere parte attiva di una rete criminale per essere un mafioso. Basta manifestare quotidianamente un comportamento negativo che ruota attorno a parole, come: raccomandazione, immoralità, corruzione, nepotismo, prepotenza, ignoranza, ipocrisia. Dal Nord al Sud cambiano soltanto gli accenti ma la mafiosità è il denominatore comune.
Stavo conducendo il mio programma radiofonico quando arrivò la notizia. Rimasi senza parole, accovacciato in un angolo dello studio con la testa tra le mani. Poi aprì il microfono è con la voce alterata dalla rabbia dissi: “Hanno appena ucciso il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. È successo di nuovo. La mafia ha dichiarato guerra allo Stato. Prima ha ammazzato Giovanni Falcone, adesso Borsellino…”. Bloccai la programmazione con qualche minuto di silenzio, poi solo musica. Il 1992 fu segnato da eventi funesti, ma la cosa che brucia ancora oggi a distanza di venti anni è la resa “inspiegabile” dello Stato. Si limitò a vincere qualche battaglia quando avrebbe potuto vincere la guerra e “bonificare” per sempre la Sicilia. Nel 1992 per la prima volta la stragrande maggioranza dei siciliani, quella onesta, trovò il coraggio di protestare, di scendere in piazza, di dire ad alta voce no alla mafia, di ribellarsi in massa per porre fine a quella assurda mattanza. Ero in prima fila nei cortei antimafia che si fecero nelle strade di Palermo. Nel mio piccolo cercai di contribuire in ogni modo possibile affinché si cambiasse. Avevo 23 anni. Non cambiò nulla. Adesso ne ho 43 e non è ancora cambiato nulla.
Al Nord la mafia non esiste. Lo sostengono sindaci, politici di spicco e persino prefetti. Anche di fronte all'evidenza di imponenti inchieste, affari sporchi e morti ammazzati, qualcuno continua a relegare tutto a fenomeni folcloristici, sangue a parte, legati a terroni criminali con coppola e lupara che si sono trasferiti nelle regioni "verginelle" del Nord. La realtà è diversa. I mafiosi di oggi sono professionisti insospettabili che hanno in loco il sostegno di una fitta rete sociale ed economica. Le mafie al Nord ci sono sempre state, hanno avuto almeno tre decenni per ramificarsi e svilupparsi. Il docente dell'Università di Oxford, Federico Varese, sostiene che questo fenomeno non è frutto di un'occupazione territoriale decisa a priori da alcuni strateghi delle organizzazioni criminali. Le mafie hanno attecchito soltanto dove c'è stata una richiesta di mafia. I criminali sono diventati "esperti consulenti dell'illegalità" per fare affari, soprattutto in Lombardia e in Piemonte. Mentre in Friuli e nel Veneto non sono riusciti a mettere radici. Non è più credibile il concetto di un popolo puro del Nord, in cui si sono infiltrati elementi esterni mafiosi.
Le differenze contano soprattutto quando si parla di mafie. Nel profondo Nord, senza che ne avessi fatto richiesta, persone perbene e altre un po' di meno, mi hanno spiegato la differenza sostanziale sui metodi di vendetta che esiste tra la mafia siciliana e la 'ndrangheta calabrese (a parte le consuete eccezioni che confermano la regola). Se dai fastidio alla mafia alla lunga la paghi soltanto tu, nel senso che vieni fatto fuori e trasformato in concime biologico. Quando invece infastidisci la 'ndrangheta la paghi lo stesso ma in maniera indiretta e più atroce, nel senso che in questo caso eliminano le persone a te più vicine e care.
Le mafie non esistono. Chi sostiene il contrario è brutto, cattivo e non vuole bene al proprio villaggio. Così sentenziò Silbek, il vecchio capotribù di Bunga Bunga. Era un essere minuto, pelato e molto nervoso che, tra una preghiera e l'altra al dio della corruzione, si dedicava a interminabili rituali sessuali con piccole indigene. I sapienti gli fecero notare che erano in corso delle inchieste che avevano portato all'arresto di centinaia di mafiosi e alla scoperta di affari sporchi anche nel suo villaggio, come dimostravano le intercettazioni dei messaggi di fumo tra due noti boss. Il capotribù senza battere ciglio rispose con eleganza che le intercettazioni erano una grande cagata. Dopodiché ordinò ai fedeli guerrieri Lingualunga di uccidere i sapienti ma anche gli indigeni responsabili delle inchieste, ritenuti personaggi mentalmente deviati perché amavano tingere di rosso il proprio corpo con essenze naturali.
In un convegno sulla bellezza è stato spesso citato il film di Marco Tullio Giordana "I cento passi". È una pellicola sulla storia di Peppino Impastato, giovane siciliano che si ribella alla mafia ridicolizzandola attraverso Radio Aut e prendendo di mira soprattutto il boss Tano Badalamenti che diventa "Tano Seduto".
Pagherà caro il suo impegno civile: viene barbaramente ucciso il 9 maggio 1978, lo stesso giorno dell'assassinio dello statista Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse. Peppino è legato sui binari della linea ferrata Palermo - Trapani e fatto esplodere con una carica di tritolo. Dilaniato, fatto a pezzi, sparpagliato sulla secca campagna di Sicilia che si tinge del colore del suo sangue.
Le indagini puntano prima sul fallito attentato terroristico per opera di Peppino e poi sul suo suicidio. Invece, ma era chiarissimo sin dall'inizio, è stato ucciso dalla mafia su mandato di Badalamenti, come poi sarà riconosciuto anche dalla giustizia (molti anni più tardi).
Durante la serata, come esempio di bellezza, sono state commentate due scene del film: il momento in cui Peppino riflette con un suo amico sullo scempio del territorio e la scena finale dove un fiume di persone rompe il muro dell'omertà e della rassegnazione decidendo di sfidare la mafia e di scendere in strada per celebrare il funerale.
Altra scena, non citata, ma di una bellezza estrema e commovente è lo straziante monologo radiofonico dell'amico dopo l'assassinio di Peppino. Un'interpretazione che mette i brividi a ogni cittadino onesto che ha un cuore, un'anima e senso dello Stato.
Peppino un giorno disse: "Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!". Anche oggi ci dobbiamo ribellare, prima di non accorgerci più di niente.
Il 10 settembre 2010 nel porto di Acciaroli si sono svolti i funerali di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica ucciso dalla camorra con nove colpi di pistola perché aveva la schiena dritta e lottava per la legalità. In migliaia hanno partecipato alle esequie. In ogni angolo d'Italia molti cittadini onesti rispondendo all'appello dell'associazione antimafia Libera si sono fermati un attimo per onorarne la memoria. Tanti, forse troppi, hanno voluto esprimere con note ufficiali il proprio cordoglio, perfino chi è indifferente al diffondersi della criminalità organizzata, perfino chi sostiene che nel Nord Italia il problema non esiste.
Vassallo è stato trucidato come carne da macello dello Stato. Da distanza ravvicinata gli hanno sparato contro nove colpi di pistola di cui sette andati a segno. Era in strada da solo e senza via di scampo.
È morto un altro servitore dello Stato e oggi ne piangono la scomparsa anche i coccodrilli. L'impressione generale è che, come spesso accade nelle storie di mafia, il sindaco sia stato lasciato in uno stato di perfetta solitudine. Perfetta perché permette con estrema facilità ai killer prima di individuare il nemico e poi di decidere dove, come e quando strappargli la vita.
La perfetta solitudine che si leggeva negli occhi del magistrato Giovanni Falcone, il quale una volta disse che la mafia si può vincere "non pretendendo l’eroismo di inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori". Non schierando singoli individui ma una pluralità di soggetti forti che operano insieme mantenendo un costante rapporto con la società civile.
È questa la via maestra da intraprendere per debellare il cancro delle mafie e per continuare a sostenere tutte quelle iniziative che possono contribuire ad affermare ovunque la cultura della legalità. Occorre evitare che altri onesti servitori dello Stato si ritrovino ancora una volta in perfetta solitudine nel centro del mirino.
Sta finendo l'estate più bastarda di sempre. La politica ha toccato il fondo dando pieno sfogo ai propri istinti più violenti, volgari e illiberali. Con dossier creati all'abbisogna per denigrare, distruggere, cancellare chi non è allineato. Regna un clima di odio tale che se fosse possibile i nemici verrebbero affogati nel loro stesso sangue. Bisogna anche stare molto attenti a criticare, fare satira, denunciare le malefatte, a resistere alle pressioni. Si rischiano con estrema semplicità ritorsioni e minacce più o meno dirette e pesanti. Nella saga cinematografica del Padrino, un manager che aveva rifiutato una raccomandazione si sveglia in un letto pieno di sangue. Sotto le lenzuola trova la testa mozzata del suo cavallo preferito. Un avvertimento in puro stile mafioso, un modo di agire di cui oggi sembra appropriarsi anche parte della politica italiana. Non si è ancora arrivati a tanto, ma la meta è dietro l’angolo. Il futuro degli italiani è gestito da una classe dirigente che in prevalenza sembra contaminata da massoni, furbetti, malfattori e mafiosi. Gente diversamente onesta che dovrebbe essere in galera. La democrazia in Italia è in grave pericolo. I problemi veri dei cittadini sono rimasti e rimarranno ancora in secondo piano. Serve una cura con anticorpi resistenti e democratici.
Incubi di una notte di mezza estate. A Milano e Provincia anche i più reticenti hanno dovuto ammettere pubblicamente che la 'ndrangheta c'è, esiste, comanda ed è molto pericolosa.
La politica della distrazione di massa e della negazione dell'evidenza ad ogni costo è stata stravolta, superata dai recenti mega blitz della DIA (Direzione Investigativa Antimafia).
Operazioni che hanno solo iniziato a scoperchiare il marcio presente nel milanese, gli affari sporchi della 'ndrangheta ma anche i pericolosi intrecci con il tessuto sociale, economico e politico. Sono stati arrestati molti malavitosi, sequestrati beni, coinvolti amministratori pubblici.
A destare particolare preoccupazione è la "zona grigia" di cui ha parlato anche il Pm Ilda Boccassini. In queste storie di mafia il principale problema non è individuare i buoni e i cattivi, bensì chi metaforicamente vive e agisce nella "terra di mezzo".
Coloro che non si sono schierati con lo Stato dalla parte della legalità, ma neanche in maniera completa e palese con i criminali. Sono persone molto ambigue ma apparentemente pulite che per opportunismo, soprattutto di matrice economica, vivono in mezzo tra le due barricate. Sono ibridi, pericolosi bastardi, pronti a stringere anche la più lurida delle mani pur di fare i danè o garantirsi discutibili protezioni.
Nelle storie di mafia non possono esistere sfumature, ambiguità: o si è con lo Stato o contro lo Stato. Chi vive nella zona grigia è a pieno titolo un colluso con le organizzazioni criminali, non importa il grado di commistione. Ma quanto è estesa questa zona grigia e da quante persone è occupata? Il timore è che sia molto grande e popolata.
In queste condizioni bisogna muoversi con attenzione. I tentacoli della 'ndrangheta sono così ben ramificati che perfino il vicino di casa, il panettiere, l’avvocato, il giornalista o addirittura l’attivista contro la mafia possono essere collusi.
Criminali e viscidi opportunisti vivono a stretto contatto con la gente perbene, respirano la stessa aria, frequentano lo stesso bar, le stesse strutture pubbliche, la stessa piazza, la stessa chiesa. Sono carogne vestite a nuovo e spesso ben istruite che si confondono tra la folla.
Se esistesse ancora un reale e forte spirito di comunità basterebbe il vecchio e semplice controllo sociale per individuare e denunciare le situazioni sospette, i malavitosi e i loro complici.
Oggi, purtroppo, regnano l'egoismo, l'individualismo sfrenato, l'indifferenza sociale, la cattiveria, la violenza, il razzismo padano. Tutti elementi che hanno agevolato la silenziosa ramificazione delle potenti organizzazioni criminali, il diffondersi di un cancro sempre più difficile da estirpare.
È caduto nel vuoto l'appello di siglare un patto dei sindaci per la legalità contro la diffusione della 'ndrangheta anche nelle aree del Sud Ovest della Provincia di Milano. La richiesta è partita nei mesi scorsi da uno dei sindaci della zona ma a parte la disponibilità immediata di qualche amministratore illuminato, è seguito il silenzio più assordante.
In questa zona dell'hinterland milanese la situazione è già compromessa. Soltanto grazie a periodiche inchieste della magistratura e di testate giornalistiche solide come l'Espresso e La Repubblica, ogni tanto vengono alla luce brutte vicende che riguardano traffico di cocaina, affari nell'edilizia, smaltimento illegale di rifiuti anche tossici, contatti tra politici e criminalità organizzata.
La 'ndrangheta ha allungato i propri tentacoli anche nei Comuni dell'Abbiatense. È un territorio che sta subendo profondi cambiamenti sociali, economici e urbanistici. Un territorio ricco e verde che esercita una forte attrattiva economica, anche perché interessato dalla realizzazione di grandi infrastrutture legate a Expo 2015. Un territorio che è diventato anche un importante bacino elettorale per conquistare voti e approdare in Provincia, Regione e Parlamento.
A complicare la situazione ci sono diversi furbetti di campagna che preferiscono occuparsi di altro, per esempio: dell'allarme clandestini, delle buche nelle strade, delle prostitute, dei lampioni della luce, della cacca dei cani, di inesistenti emergenze ambientali. Se serve sono anche capaci di montare ad arte polemiche futili ma di facile presa.
Intanto, le organizzazioni criminali si sono ramificate indisturbate, con il supporto di insospettabili professionisti. Ma nessuno vede, sente o parla. Chi prova a lanciare l'allarme rischia di rimanere con il cerino acceso in mano, da solo nel centro del mirino. Ma non è più possibile fare finta di niente e godersi una vita apparentemente tranquilla nel Parco Agricolo Sud Milano, tra rogge, cascine, 'ndrangheta e baggianate che propinano a giorni alterni i bugiardini servi del potere.
Le cose cambiano, a volte in fretta e non sempre nella giusta direzione. Il 9 maggio del 1993 ad Agrigento Papa Karol Wojtyla, non riuscendo a nascondere l'emozione, dall'alto di una collina davanti a migliaia di fedeli riuniti nella Valle dei Templi, tuonò: "Mafiosi pentitevi, verrà il giorno del Giudizio di Dio. Questa terra vuole la vita!". La mafia gli rispose d'estate con le autobombe nelle chiese romane di San Giovanni e di San Giorgio al Velabro. Ma il messaggio del Pontefice resterà indelebile nella mente dei cittadini onesti che sono ancora la maggioranza in questo Paese.
Gli Anni Novanta sono sporchi di sangue. È il tempo delle stragi di mafia, dell'atroce mattanza dei servitori dello Stato come i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per la prima volta un Papa condanna con decisione la mafia e chiede ai criminali di pentirsi. Per la prima volta migliaia di siciliani, soprattutto giovani, scendono in strada per protestare, rompere il muro di omertà e dire basta a un sistema criminale che rende aride le anime e le terre in cui vivono. Per la prima volta, anche nei balconi delle strade di Palermo, vengono stese migliaia di lenzuola con messaggi contro la mafia. Per un attimo, un solo istante, la gente onesta crede che possa cambiare tutto, ma non cambierà niente. Lo Stato deciderà di non vincere una guerra che poteva essere vinta. Lascia il campo di battaglia.
E fa male oggi a distanza di 17 anni dal monito di Karol Wojtyla apprendere che, tra le tante proposte di legge che di certo non servono ai cittadini, arriva anche una legge anti - pentiti. L'obiettivo di questa proposta non lascia spazio a dubbi: impedire che i pentiti si riscontrino vicendevolmente. Tradotto significa: complicare l'utilizzo delle dichiarazioni rilasciate ai giudici.
Nel 1993 ai mafiosi si chiedeva di pentirsi, nel 2010 con una legge si cerca di rendere inutilizzabili le dichiarazioni dei pentiti. Le cose cambiano, a volte in fretta e non sempre nella giusta direzione ma verrà il giorno del “Giudizio di Dio”.
È calata l'attenzione mediatica sui gravi fatti di Rosarno. Sono stati cestinati gli episodi di razzismo contro gli immigrati prima sfruttati come bestie e poi aggrediti con ferocia e costretti alla fuga. Altri eventi nazionali e internazionali hanno conquistato le prime pagine dei giornali e gli italiani dimenticheranno tutto e in fretta, come spesso è accaduto nel corso della storia.
In quei giorni di ordinaria follia, di libera caccia armata all'immigrato africano in territorio italiano, è stato spesso citato il film di denuncia sociale e politica "Mississippi Burning - Le radici dell’odio" del regista Alan Parker. Racconta la storia di tre attivisti per i diritti civili (due bianchi ebrei e un afroamericano) che nel 1964 scompaiono misteriosamente in una cittadina vicino a Memphis. Due agenti dell'FBI iniziano a indagare scontrandosi contro un muro di omertà e razzismo. Scoprono che tutori dell'ordine e il Ku Klux Klan hanno brutalmente ucciso a colpi d’arma da fuoco e poi seppellito i tre attivisti, i cui corpi vengono poi ritrovati grazie a una telefonata anonima. Questo è un fatto vero. Come veri sono i fatti di Rosarno, apparentemente meno gravi.
In Calabria ma anche in Sicilia le organizzazioni criminali mafiose sono abituate a fare sparire le persone scomode e i nemici. Ricorrono all'acido (il più efficace per non lasciare tracce), al cemento a presa rapida, alla zavorra per fare sparire il corpo da qualche parte in fondo al mare, al vecchio metodo "ecologico" dell'interramento. Quando si sospetta una simile fine, per le persone scomparse si parla di vittime della “lupara bianca”. Nel caso della sepoltura si usa la metafora dei "terreni concimati molto bene", perché appunto nasconderebbero i corpi delle persone comparse.
Non soltanto in occasione dei fatti di Rosarno, alcuni immigrati hanno trovato il coraggio di denunciare di aver visto uccidere dei loro compagni. In genere, la loro condizione di clandestini spinge al silenzio. Queste rilevazioni sono rimaste lettera morta. Se fossero vere, si tratterebbe di decine di immigrati africani scomparsi. Dove sono finiti? Sono andati altrove o si trovano sotto qualche metro di terra?
In Calabria si racconta ancora di terreni "concimati molto bene" ma non si parlerebbe più di episodi di lupara bianca, bensì di lupara nera perché riferiti ai corpi degli africani scomparsi.
Servirebbero indagini, anche giornalistiche, per verificare queste voci popolari, magari qualche telefonata anonima per individuare anche solo uno di questi terreni e utilizzare i moderni mezzi tecnologici per scandagliare il sottosuolo. Se tutto ciò fosse vero si potrebbe almeno dare una degna sepoltura ai disperati africani che sono venuti in Italia a cercare una vita migliore e hanno trovato la morte per mano di qualche violento padroncino nostrano o per volere delle organizzazioni criminali.
L'augurio è che la storia della lupara nera sia una colossale balla, ma di questi tempi bastardi tutto è possibile.
Il Sud non ha raggiunto il Nord ma il Nord ha raggiunto il Sud. In Padania la qualità complessiva della vita è in caduta libera, il clientelismo più becero cresce a dismisura, le organizzazioni criminali si infiltrano nel tessuto economico e sociale. Lo fanno con estrema facilità e assumendo il pieno controllo dello sviluppo del territorio. Se questo è il risultato di 20 anni di politica celodurista, tutta chiacchiere e bastone contro i deboli e gli stranieri, gli abitanti del nord dovrebbero smettere di dormire sonni tranquilli. Milano si è imbruttita in ogni senso, a vantaggio di altre città come Torino dove almeno nel rinnovato ed elegante centro storico si respira una vera aria di città europea. Le aziende chiudono i battenti. La classe dirigente non brilla di ingegno. La meritocrazia non esiste più. La criminalità imperversa ed ha per protagonisti professionisti in maggioranza autoctoni e insospettabili. Sarebbe opportuno cambiare tendenza. Intanto, per comodità si continua a indicare il Sud come la panacea di tutti i mali e a dipingere i mafiosi in chiave "old style", con coppola e lupara anche grazie al supporto di discutibili serie tv. Non è più così. I mafiosi di oggi si formano nelle migliori università europee e americane, parlano più lingue, sono esperti di economia e finanza. Ma questo non si dice. Anche se da sempre la mafia decide a Milano ma spara a Palermo.