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mercoledì 25 maggio 2011

Alzi la mano chi è povero

È la storia di una società che precipita. Dal rapporto annuale dell'Istat (Istituto nazionale di statistica) emerge una dura realtà: un italiano su quattro è povero. In questi anni sono mancate serie politiche di rilancio del sistema Italia. Le imprese continuano a chiudere una dopo l'altra soffocate dalla crisi o con la scusa della crisi si trasferiscono altrove, in qualche parte del mondo. Tutto questo sta accadendo nel silenzio generale per non disturbare il manovratore, la cricca degli amici degli amici e le puttane di palazzo. Prevale l'interesse di pochi arroganti e irresponsabili a scapito del "bene comune", della collettività. Sempre più famiglie, dal Nord al Sud, devono affrontare in perfetta solitudine il dramma del licenziamento, della cassa integrazione. Un operaio che ha appena perso il lavoro ha detto: "La politica mi fa schifo, ma almeno chi ci governava nella Prima Repubblica aveva anche un minimo di senso delle Istituzioni, faceva qualcosa per il Paese". Adesso? È una guerra per bande in cui molti protagonisti della politica arraffano il più possibile e se ne fregano del declino dell'Italia. Secondo il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, non è vero che un italiano su quattro è povero, anzi in un incontro pubblico rivolgendosi alla platea ha invitato ad alzare la mano chi lo fosse. Questo è lo stile di chi governa gli italiani che sono in fase di caduta libera e senza paracadute. Si attende lo schianto.



martedì 26 ottobre 2010

Lo strano caso delle cassandre ministeriali

C'è qualcosa di sinistro nelle strategie del governo di destra che domina in Italia. Le cassandre ministeriali non perdono occasione per lanciare l'allarme sicurezza contro il possibile ritorno del terrorismo rosso (come dimostrerebbero gli attacchi alle sedi della Cisl) o contro la possibile infiltrazione della camorra nelle manifestazioni della gente di Napoli sommersa fino al collo dalla munnizza. Certe posizioni sembrano più un auspicio che un vero segnale di pericolo, un ambiguo tentativo di alimentare un clima mediatico calibrato per aumentare ancora la tensione sociale, per fare in modo che avvenga l'irreparabile. Non è possibile credere che tutto questo serva per giustificare il ricorso alla violenza da parte del potere, anche perché finora le manganellate non sono state risparmiate né ai terremotati dell'Abruzzo in rivolta, né ai manifestanti di Terzigno. L'augurio è che non si voglia invece dare l'ultima spallata alla Repubblica, accelerare il processo di destabilizzazione, generare il caos e spaccare il Paese in due per la gioia di qualche secessionista in verde. Ampio risalto mediatico è stato addirittura dato alle scritte delle brigate rosse o comunque con la stella a cinque punte "improvvisamente" apparse sui muri di Torino. Si coglie in certe dichiarazioni una voglia insana di Anni Settanta, anche se manca la materia prima. È anche vero, però, che i terroristi alla bisogna si possono creare in laboratorio. Il Paese è già entrato nella fase di implosione. I cittadini chiedono lavoro, stabilità sociale, servizi di qualità e giustizia. Le imprese vogliono un piano di sviluppo industriale, serie politiche economiche e la riduzione dell’opprimente pressione fiscale. Voci queste che restano inascoltate perché l'attenzione è tutta rivolta alle leggi ad personam, alla macchina del fango, allo scontro politico e sociale. In ogni modo, sarebbe un grave errore usare la forza contro la gente esasperata. Anche perché a causa della crisi presto la rabbia esploderà in ogni angolo di questa Italia “derubata e colpita al cuore”.