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martedì 8 febbraio 2011

Lo stupro di un popolo

Succede ogni volta. È inevitabile. Tornare alle origini, per odiare e poi di nuovo amare la Sicilia. Una terra ricca di contraddizioni che può avere tutto ma non ha niente. A parte una classe dirigente corrotta che da sempre ha permesso, da un lato alla criminalità, dall'altro allo Stato di mettere le catene della schiavitù al popolo siciliano. Dietro le quinte della storia hanno deciso a tavolino quale parte dell'Italia "poteva" svilupparsi e quale doveva "restare" ferma ed essere utilizzata soltanto come serbatoio clientelare di voti, laboratorio delle più grandi porcate politiche (che se funzionano poi si applicano a livello nazionale). Ogni minima forma di protesta è stata affogata nel sangue. Sono morti grandi eroi e poveri sconosciuti destinati per sempre all'oblio. Altri si sono lasciati andare, si sono arresi. Altri ancora sono scappati via con la morte nel cuore. Lo Stato non ha voluto vincere la battaglia contro le mafie neanche quando ne ha avuto la possibilità. Va bene così, che continui pure lo stupro di una terra e del suo popolo che ha dovuto anche imparare a sopportare il razzismo padano. Va bene così, soprattutto alle regioni del Nord che "sono state lasciate libere" di svilupparsi, di fare impresa. Prima o poi la rabbia esploderà e la Sicilia potrà essere quello che è veramente: la regione più ricca di Europa. Tutti torneranno nella propria terra per difenderla e per onorarla anche a costo della vita, potranno gridare con orgoglio: siamo siciliani, cittadini italiani e del mondo. Non tutto è perduto, anzi.



mercoledì 17 novembre 2010

La bellezza nei Cento Passi

In un convegno sulla bellezza è stato spesso citato il film di Marco Tullio Giordana "I cento passi". È una pellicola sulla storia di Peppino Impastato, giovane siciliano che si ribella alla mafia ridicolizzandola attraverso Radio Aut e prendendo di mira soprattutto il boss Tano Badalamenti che diventa "Tano Seduto".
Pagherà caro il suo impegno civile: viene barbaramente ucciso il 9 maggio 1978, lo stesso giorno dell'assassinio dello statista Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse. Peppino è legato sui binari della linea ferrata Palermo - Trapani e fatto esplodere con una carica di tritolo. Dilaniato, fatto a pezzi, sparpagliato sulla secca campagna di Sicilia che si tinge del colore del suo sangue.
Le indagini puntano prima sul fallito attentato terroristico per opera di Peppino e poi sul suo suicidio. Invece, ma era chiarissimo sin dall'inizio, è stato ucciso dalla mafia su mandato di Badalamenti, come poi sarà riconosciuto anche dalla giustizia (molti anni più tardi).
Durante la serata, come esempio di bellezza, sono state commentate due scene del film: il momento in cui Peppino riflette con un suo amico sullo scempio del territorio e la scena finale dove un fiume di persone rompe il muro dell'omertà e della rassegnazione decidendo di sfidare la mafia e di scendere in strada per celebrare il funerale.
Altra scena, non citata, ma di una bellezza estrema e commovente è lo straziante monologo radiofonico dell'amico dopo l'assassinio di Peppino. Un'interpretazione che mette i brividi a ogni cittadino onesto che ha un cuore, un'anima e senso dello Stato.
Peppino un giorno disse: "Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!". Anche oggi ci dobbiamo ribellare, prima di non accorgerci più di niente.